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Bioplastica: amico o nemico dell’ambiente?

Bioplastica: amico o nemico dell’ambiente?

Il termine plastica, dal greco “arte che riguarda il modellare”, indica appunto un materiale che possa essere modellato. Viste le sue caratteristiche chimico-fisiche, la plastica è tanto versatile e resistente, quanto persistente. Per fronteggiare l’inquinamento ambientale, la ricerca scientifica avanza verso la scoperta e la sintesi di nuovi materiali più sostenibili: le bioplastiche. Ma quello che ci chiediamo oggi è:

Le bioplastiche possono risolvere i problemi di inquinamento terrestre e marino dovuto alla plastica?

Cerchiamo di dare insieme una risposta. Innanzi tutto, come indicato anche da European Bioplastics, il prefisso “bio” può indicare che il materiale sia stato ottenuto a partire da biomassa (bio-based) e/o che esso sia biodegradabile. In tutti i casi, le bioplastiche prodotte sono purtroppo meno resistenti e meno stabili ad elevate temperature, anche se è recente la sintesi negli Stati Uniti di un PLA (acido polilattico) resistente ai liquidi bollenti, come riportato da Rinnovabili.it.

Nonostante i problemi tecnici, l’utilizzo di bottiglie in bioplastica per l’acqua minerale sarebbe un passo a favore dell’ambiente, se non fosse che dopo aver bevuto abbiamo difficoltà a capire come smaltire le nostre bio-bottiglie. Per cercare di risolvere questo problema è fondamentale conoscere

il significato di biodegradabile:

ovvero la capacità del polimero di essere convertito in molecole organiche più piccole o molecole inorganiche (CO2), grazie all’attività di microrganismi.

Diverso è il significato di compostabilità,

ovvero la capacità di un materiale organico di diventare compost, durante lo specifico processo di compostaggio. Pertanto, solamente le bioplastiche compostabili potranno essere smaltite nella frazione dell’umido. Le altre bioplastiche devono essere smaltite insieme alla plastica “tradizionale”, dalla quale verranno poi separate prima di essere riciclate. Spesso capita che smaltiamo un materiale biodegradabile pensando che sia compostabile. Soprattutto capita che acquistiamo posate, bicchieri, piatti biodegradabili, senza pensare che essi costituiranno comunque un rifiuto e a quali siano i tempi necessari per la loro biodegradazione.

Per la normativa europea, un materiale è biodegradabile se si decompone al 90 % in 6 mesi. E’ bene sottolineare che questi tempi fanno riferimento allo smaltimento negli impianti deputati. A tal proposito è interessante un esperimento svolto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Plymouth guidato da Imogen Napper. Hanno sotterrato ed immerso dei sacchetti compostabili e biodegradabili: i primi si sono degradati dopo 3 mesi in mare, ma dopo ben 27 mesi sottoterra. I sacchetti biodegradabili, invece, dopo 3 anni erano ancora in grado di contenere degli acquisti. Questo studio è un’ulteriore conferma del fatto che leggere “biodegradabile” o “compostabile” su una busta o su un bicchiere, non giustifichi nessuno a disperderla/lo nell’ambiente!

Altro problema connesso all’utilizzo di contenitori in bioplastiche (oltre che alla plastica) è quello delle microplastiche: frammenti di plastica con dimensioni inferiori ai 5 mm. Come riportato dal rapporto dell’UNEP (United Nations Environment Programme) del 2015, “i processi di biodegradazione e frammentazione procedono attraverso l’ossidazione e l’attività microbica, portando alla produzione di microplastiche”. Le microplastiche rappresentano un pericolo per la nostra salute e per l’ambiente, contribuendo al Marine Litter.

Quindi, se è vero che le bioplastiche rappresentano una soluzione più sostenibile rispetto alle plastiche di origine fossile, è anche vero che esse contribuiscono alla quantità di rifiuti prodotta.

Per rimediare potremmo pensare in un’ottica ancor più circolare e puntare al riuso, utilizzando contenitori in alluminio, per esempio, lavarli e poi riempirli di nuovo, come fa Oscarshop!

Un ultimo problema legato alla produzione di bioplastiche è la competizione tra le coltivazioni utilizzate per la loro sintesi (mais, per esempio) e quelle alimentari, escludendo i virtuosi casi in cui vengono utilizzati scarti e non biomasse vergini. È bene pensare anche a questo aspetto, dal momento che sfamare l’intero Pianeta è già una sfida!

Concludendo, la risposta alla nostra domanda iniziale “possono le bioplastiche risolvere i problemi di inquinamento?” è: non esattamente! Non disprezziamo totalmente le bioplastiche, ma possiamo tenere a mente le considerazioni fatte per andare sempre più incontro all’ambiente!

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